Tratturo Magno
Marta Di Cioccio · 21 settembre 2026
Quando il Tratturo Magno lascia L'Aquila e scende verso la piana di Navelli
Fra il 14 e il 18 settembre quattordici persone hanno percorso il primo tratto del Tratturo Magno, dalla periferia dell'Aquila fino a Popoli, e una di loro portava in una cartellina la lettera che suo nonno, pastore, aveva scritto da Navelli nel maggio del 1949.
piana-navelli-grano.jpg — 1200×800Giovanna è arrivata a Sulmona la sera del 13 settembre con una valigia piccola e una busta ingiallita, chiusa in una cartellina di plastica perché non prendesse l'umido. Dentro c'erano due facciate scritte a matita da un pastore di Ascoli Satriano, che ogni primavera saliva dalla Puglia verso le montagne dell'Aquila con le pecore di un padrone e che quel maggio aveva scritto alla moglie da una taverna sulla piana di Navelli. Quel pastore era suo nonno, e lei, a settantun anni, non aveva mai visto nessuno dei luoghi nominati nella lettera. Alla cena di benvenuto ha spiegato che non l'avrebbe aperta prima di arrivare a Navelli, perché le sembrava giusto leggerla dove era stata scritta.
Una striscia d'erba larga sessanta passi
All'uscita dall'Aquila il tratturo non si riconosce subito, perché per qualche chilometro coincide con strade di campagna e con i margini dei campi arati di fresco. Ci si accorge di esserci sopra soltanto quando la carreggiata si allarga oltre ogni esigenza agricola, fino a sfiorare i centoundici metri, che corrispondono ai sessanta passi stabiliti per le greggi in discesa verso il Tavoliere. Giovanna ha provato a contarli da un margine all'altro, si è fermata a quarantadue perché ridevano tutti, e da quel momento il gruppo ha cominciato a chiamarla la misuratrice.
Poco prima di Barisciano, mentre si cercava l'ombra per il pranzo, uno dei partecipanti ha inciampato in una pietra squadrata che sporgeva dall'erba alta. Ripulita dal lichene con un fazzoletto, la pietra ha mostrato due lettere incise, una R e una T, che indicano il Regio Tratturo e segnavano il confine che nessun contadino poteva arare. Giovanna si è inginocchiata accanto al cippo per un tempo lungo, senza dire niente, e soltanto più tardi ha raccontato che il nonno, nelle poche parole che diceva sul suo lavoro, parlava sempre delle pietre che tenevano larga la strada.
Il temporale sopra Civitaretenga
La seconda giornata è cominciata con un cielo limpido e si è chiusa sotto il temporale più violento della stagione. Verso le due del pomeriggio, sopra Civitaretenga, le nuvole hanno coperto il Gran Sasso in pochi minuti, il vento ha piegato l'erba della piana tutta da una parte e i primi chicchi di grandine hanno rimbalzato sugli zaini. Il gruppo ha raggiunto di corsa la chiesa di Santa Maria in Cerulis, che sta sul tratturo da otto secoli proprio perché i pastori vi trovassero riparo, e si è stretto sotto il portico mentre l'acqua scendeva a fiumi dalle grondaie.
Si è aspettato per quaranta minuti, abbastanza perché un coltivatore della zona, arrivato con il trattore per controllare i suoi campi, si fermasse sotto lo stesso portico. Ha raccontato che i bulbi dello zafferano erano stati piantati in agosto, che la grandine a quel punto non poteva fare danni e che i fiori sarebbero spuntati verso la metà di ottobre, tutti nella stessa notte. Prima di ripartire ha lasciato a Giovanna una bustina di stimmi dell'anno precedente, dicendo che chi arriva a piedi sulla piana merita di portarne via un po'.
La lettera letta accanto al fuoco
Quella sera, nella sala della masseria di Navelli, il fuoco è stato acceso presto per asciugare le scarpe, e dopo cena Giovanna ha tolto la lettera dalla cartellina. L'ha letta ad alta voce, lentamente, fermandosi dove la matita era sbiadita e chiedendo aiuto per una parola di dialetto che nessuno riusciva a decifrare, finché il padrone di casa, affacciato dalla cucina, l'ha riconosciuta subito.
«Qui l'acqua della fonte è buona e la padrona ci ha dato il formaggio fresco. Le pecore sono stanche ma nessuna è rimasta indietro. Dì al piccolo che a settembre gli porto la campanella.»
Il piccolo, ha spiegato Giovanna quando è riuscita a parlare di nuovo, era suo padre, che allora aveva quattro anni e che quella campanella l'ha tenuta sul comodino fino alla fine dei suoi giorni. Il padrone di casa ha ascoltato in silenzio e poi ha detto che la taverna con la fonte buona doveva essere quella in rovina a due chilometri dalla masseria, l'unica sulla piana ad avere una sorgente nel cortile. La mattina seguente il gruppo ha allungato il cammino per raggiungerla, e Giovanna ha riempito la borraccia a quella fonte prima di riprendere la strada.
Oltre Navelli il tratturo comincia a scendere, prima dolcemente e poi con decisione, verso la valle del Tirino e le gole che conducono a Popoli. L'erba lascia spazio alle pietre e alle querce, il passo del gruppo si fa più raccolto, e nelle ultime due giornate si sono percorsi poco più di quaranta chilometri, con soste lunghe all'ombra e l'acqua raccolta alle fontane dei paesi.
A Popoli, il pomeriggio del 18 settembre, il furgone aspettava nella piazza con le valigie e un rientro a Sulmona di mezz'ora. Giovanna ha chiesto se il prossimo anno sarà possibile continuare verso sud, tappa dopo tappa, fino ad Ascoli Satriano, e la risposta è che il tratto si sta studiando proprio adesso. Degli ottantotto chilometri percorsi resta la sensazione di una strada costruita per un altro passo, più lento del nostro, e ancora capace di restituire a chi la segue quello che qualcuno vi aveva lasciato settant'anni prima.
Lettera del fuocoChi riceve la lettera legge i resoconti una settimana prima, insieme ai racconti che sul taccuino non escono Nel taccuino, subito dopoDove il Pescasseroli–Candela entra nelle mura di Altilia, alla fine di agosto